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Tom Sawyer

Quel sabato mattina il tempo era meraviglioso, splendeva un bel sole caldo, l’aria era cristallina e inoltre non c’era scuola... ma Tom aveva il viso scuro. Doveva dipingere lo steccato con la vernice bianca e non c’erano scuse. Il giorno prima ne aveva combinata una delle sue e la zia aveva pensato di dargli una bella lezione.
Zia Polly si era presa cura di Tom Sawyer da quando il ragazzo era rimasto orfano dei genitori. Faticava non poco nell’educarlo perché, anche se il ragazzino aveva un buon cuore, era un monellaccio della peggior specie.
Insomma, fatto sta che Tom doveva dipingere metri e metri di steccato e non ne aveva un briciolo di voglia! Improvvisamente, con la coda dell’occhio, vide arrivare il suo amico Ben. Un’idea brillante gli illuminò il viso: prese a fischiettare disinvolto e ad imbiancare di buona lena le tavole.
“Ehi, Tom, che stai facendo? Lavori di sabato, adesso?” disse Ben. “Devi esserti cacciato in qualche guaio. Beh, io vado a fare il bagno, vuoi venire anche tu?”
“Neanche per sogno” rispose Tom. “Non vedi che sono preso? Non capita tutti i giorni di fare qualcosa di così divertente. Inoltre, solo io sono in grado di farlo al meglio. Zia Polly mi ha supplicato perché me ne occupassi personalmente”. Con occhio esperto, prima di continuare, controllò il lavoro fatto.
Ben era esterrefatto. La cosa in quel modo cambiava aspetto, si faceva interessante.
“Mi lasceresti provare?” domandò.
“No, non mi fido” rispose Tom deciso.
“Sai com’è, non credo che tu sia in grado; zia Polly ci tiene molto che il lavoro sia fatto a dovere.”
“Senti Tom, fammi tentare, guarda qua... in cambio ti regalo la mia mela, l’ho appena cominciata; è buona, sai! Dai, dammi il pennello che ti faccio vedere io che cosa sono capace di fare!”
Fingendosi riluttante, dopo molti dubbi, alla fine Tom prese la mela, allungò il pennello all’amico e andò a sedersi in un posto riparato dal sole.
E così, mentre Ben dipingeva, sudando come uno straccio bagnato, Tom se ne stava in panciolle al fresco, godendosi beato la succosa mela.
Ben, in verità, non fu l’unico pollo a cascare nella sua rete... a lui seguì Billy che, in cambio di un aquilone, ebbe l’onore di dipingere lo steccato. Poi fu la volta di Johnny che barattò il pennello con un topo morto, e così via. Per tutto il pomeriggio ci fu un via vai di ragazzini che, pur di poter mettere mano al pennello, lasciarono a Tom gli oggetti più vari: palline, pezzi di vetro colorato, soldatini di piombo... Quel birbante si ritrovò pieno di doni e con lo steccato verniciato a puntino.
Tom era veramente orgoglioso di se stesso e si sentiva in gran forma, riposato e di buon umore. Non vi dico poi la faccia di zia Polly quando vide il lavoro finito: non voleva credere ai suoi occhi.
“Vedi che quando vuoi sei capace di fare le cose per bene? E non mi sembri neanche troppo affaticato” gli disse la zia con visibile soddisfazione. “Ora, puoi andare anche a giocare se vuoi, ma bada di non tornare questa notte!”
Era così felice per il lavoro ben fatto compiuto dal nipote che, in uno slancio di generosità, aprì la dispensa e ne tirò fuori una mela grossissima e gliela diede in premio. Che cosa poteva desiderare Tom di più dalla vita?
Arrivò purtroppo il lunedì mattina, giorno di scuola e di infelicità per il nostro Tom che di voglia di ricominciare a studiare ne aveva ben poca. Tentò di spacciarsi per malato ma l’unico risultato ottenuto fu quello di farsi strappare da zia Polly un dente che gli dondolava. Tutto sommato si guadagnò l’ammirazione dei suoi amici, che, vedendolo senza dente, lo invidiarono moltissimo.
Per strada, mentre procedeva lento e svogliato verso la scuola, incontrò Huckleberry Finn, un ragazzo senza arte né parte, figlio di un vagabondo ubriacone.
Huck era malvisto da tutti in paese perché era un attaccabrighe, sporco e pigro; i genitori proibivano ai figli di frequentarlo. I ragazzi, invece, naturalmente lo adoravano e facevano di tutto per passare del tempo in sua compagnia. Tom era tra questi.
“Ciao, Huck” disse. “Che cos’hai lì?” “Un gatto morto, morto stecchito.”
“Ah... e che cosa te ne fai?”
“Lo porto stanotte al cimitero. Serve per curare i porri, li fa andar via!”
“E come?” chiese Tom incredulo.
“Prendi il gatto e lo porti nel punto in cui è stato seppellito da poco un uomo malvagio. Quando dopo la mezzanotte arrivano i diavoli per portarsi via la sua anima cattiva, tu gli butti dietro il gatto recitando una formula magica. Allora sta pur sicuro che i tuoi porri spariranno per sempre. Che ne dici?”
“Niente male come idea!” ammise Tom. “Posso venire anch’io con te?”
“Va bene, se non hai paura ti passo a chiamare a mezzanotte, ma non farmi aspettare.”
“Affare fatto” disse Tom e, salutando l’amico, raggiunse di corsa la scuola. Era veramente in ritardo. Il maestro si arrabbiò moltissimo e, per castigarlo, lo mandò a sedere tra le bambine. Tutti gli altri ragazzi ridevano e Tom, rosso in viso, prese posto tra le ragazze.
Ma, come sempre, non tutto il male vien per nuocere. Infatti Tom si sedette accanto a una ragazzina molto carina, con gli occhi azzurri e i capelli biondi, che aveva già incontrato il sabato precedente e che l’aveva colpito molto. “Ciao, come ti chiami?” chiese Tom. “Becky Tatcher, e tu sei Tom, vero?”
“Sì, sai che hai proprio un bel nome?” le disse Tom dolcemente.
“Grazie mille” rispose la bambina.
Tom scrisse di nascosto una cosa sulla sua lavagnetta e Becky, curiosissima, chiese di mostrargliela. Il ragazzino fece finta di resistere ma alla fine scoprì la frase misteriosa: sulla lavagna era scritto “TI VOGLIO BENE”!
Becky sorrise, arrossì e girò la testa verso il maestro, concentrandosi ad ascoltare la lezione. Ma Tom non riuscì più a fare nulla se non a guardare come un pesce lesso la ragazzina. Aveva il cuore in tumulto ed esultava: era riuscito a conquistarla!
Quella sera Tom si coricò alle nove e mezzo ma cercò di tenere gli occhi ben aperti per paura di addormentarsi: a mezzanotte aveva appuntamento con l’amico. Nonostante gli sforzi per rimanere sveglio si appisolò.
Miao, miaooo” uno strano miagolio entrò nei sogni di Tom e finalmente... Ma certo, quello era il segnale di Huck!
In un baleno si vestì e raggiunse il ragazzo che lo stava aspettando in giardino, con il gatto morto in mano.
Dopo circa una mezz’ora i due amici erano arrivati al cimitero. C’era una atmosfera strana: ombre nere e tremolanti si allungavano sul terreno; l’unico suono era il lugubre grido di una civetta. Ma, improvvisamente, il silenzio fu interrotto da rumori sospetti.
“O mamma, arrivano!” sussurrò Tom. “Hai sentito? Sono di sicuro i diavoli...” “Ho paura!” confessò Huck.
I due ragazzi si misero in ascolto, cercando di trattenere il respiro, ma quelli che sentirono erano voci e passi umani. “Sono tre uomini” disse Huck. “Uno lo riconosco, è Muff Potter, un ubriacone!” “Sembra che stiano cercando qualcosa” rincalzò Tom. “Gli altri due sono Joe l’Indiano e il dottor Robinson!”
Mentre il dottore reggeva la lanterna, gli altri due scavavano sopra una tomba; accanto a loro c’era una barella vuota.
Quando tirarono fuori il cadavere, l’Indiano disse: “Dottore, voglio altri soldi per questo lavoro. È vietato dalla legge trafugare i morti e, se mi scoprono, vado dritto in prigione. Perciò non fate scherzi!”
“Ma vi ho già pagato in anticipo” ribatté il dottor Robinson. “E profumatamente!” “Quei soldi non sono sufficienti, dottore!” rincarò la dose Potter.
I tre allora cominciarono a litigare e a venire alle mani. Il dottore afferrò una croce di legno e con questa colpì Potter che cadde a terra privo di sensi. Ma, nello stesso istante, l’Indiano prese il coltello dalla tasca di Potter e lo affondò nel petto del medico, ferendolo a morte.
Poi, estrasse il coltello insanguinato e lo mise in mano a Potter, svenuto. Quando questi riprese conoscenza, si ritrovò il coltello, vide il medico morto steso accanto a lui e trasalì d’orrore.
“Oddio, che cosa ho fatto?” balbettò. “Hai ucciso Robinson, ecco che cosa hai fatto!” gli disse l’Indiano.
“Ma come è possibile? Io non volevo...” “Lottavate insieme, lui ti ha colpito con un legno, tu sei caduto, ti sei rialzato e brandendo il coltello lo hai pugnalato. Un secondo dopo hai perso i sensi!” “Aiutami Joe, io non ricordo più niente!” L’Indiano l’aiutò a rimettersi in piedi e poi si diedero alla fuga abbandonando il cadavere.
Intanto i due ragazzi, che avevano assistito esterrefatti all’atroce delitto, erano immobilizzati dal terrore.
“Io non ho mai avuto tanta paura in tutta la mia vita!” esclamò Tom.
“Sarà meglio tacere su quello che abbiamo visto e non dirlo a nessuno se non vogliamo fare la fine di quel poveretto...” suggerì Huck. “Facciamo un giuramento solenne!”
I due presero un pezzo di corteccia e Tom, rischiarato dai raggi della luna, vi scarabocchiò sopra, con un pezzo di carboncino, la promessa di mantenere il segreto assoluto. Poi, entrambi si ferirono un dito con uno spillo e siglarono il patto con una goccia di sangue. A quel punto si separarono e Tom tornò a casa. Il giorno dopo, la notizia dell’assassinio del dottor Robinson era già nota a tutto il villaggio. Potter era stato subito arrestato per l’omicidio poiché il suo coltello era stato ritrovato accanto al corpo del morto.
Da quel giorno i sonni di Tom furono turbati da incubi spaventosi. La coscienza gli rimordeva perché lui sapeva chi era il vero colpevole ma aveva promesso il silenzio! In piena notte si svegliava madido di sudore, gridando: “... Non uccidermi! Non uccidermi!”
Ma dopo qualche tempo anche gli incubi finirono e Tom riprese la solita vita da monello. La zia ricominciò a punirlo e Becky non lo degnò più di uno sguardo poiché non amava i suoi scherzi e le sue bravate.
Un pomeriggio Tom si incontrò con l’amico Joe Harper. Entrambi erano molto tristi: si sentivano abbattuti, abbandonati da tutti e incompresi e si comunicarono la loro infelicità. Joe era stato picchiato dalla madre ingiustamente per una marachella non commessa e questo l’aveva offeso a morte. I due si promisero di non separarsi mai.
Dopo aver discusso a lungo sul da farsi decisero di scappare insieme e di diventare briganti o pirati.
A poche miglia dal villaggio, dove il fiume Mississippi si allargava in un’ampia ansa, sorgeva un isolotto stretto e boscoso con un bel banco di sabbia a un’estremità: era il luogo ideale per vivere da pirati!
Andarono a cercare Huck Finn e gli proposero di unirsi a loro. “Che idea stupenda! Io ci sto” si entusiasmò subito il ragazzo.
I tre stabilirono di trovarsi a mezzanotte sulla riva del fiume portandosi dietro alcune provviste. Come imbarcazione piratesca avevano una zattera di cui si erano impadroniti.
All’ora convenuta i ragazzi si presentarono puntuali pronti a salpare con la loro scialuppa. Ognuno aveva con sé vettovaglie, Huck possedeva inoltre un tegame e alcune foglie di tabacco per fumare.
Lasciati liberi gli ormeggi i tre valorosi pirati presero il largo e navigarono senza difficoltà alla volta dell’isola.
L’alba era ancora lontana quando i ragazzi toccarono terra. L’isola era nelle loro mani, ne presero subito possesso e poi, vinti dal sonno, si addormentarono felici.
Il mattino seguente i “pirati” erano più che mai di buon umore. Andarono a pescare e fecero cuocere il pesce ancora guizzante nella padella, poi nuotarono, saltarono e giocarono per tutto il giorno, instancabili. Verso sera notarono una grossa chiatta in lontananza sull’altra riva, verso il villaggio, attorniata da molte barchette.
“Ho capito!” esclamò Tom, trionfante. “Stanno cercando il corpo di qualche annegato. E sapete chi? Cercano noi, ci credono affogati.”
I birbanti, sentendosi degli eroi, esultarono. Ma durante la notte, mentre gli altri due dormivano, Tom non seppe resistere, attraversò il fiume a nuoto e raggiunse la riva; poi corse al villaggio e arrivò a casa sua. Nascondendosi bene riuscì a sentire il pianto sincero di zia Polly e comprese quanto la poverina gli volesse bene. Soddisfatto per la scoperta, ritornò all’isola. Svegliò i compagni e raccontò quanto aveva udito compresa la notizia che i loro funerali si sarebbero svolti la domenica successiva.
I ragazzi si sentirono sempre più degli eroi ma in cuor loro capirono anche che era giunto il momento di tornare a casa. Dopo un’altra giornata trascorsa a giocare ai pirati, i tre presero la via del ritorno. Nella chiesa era radunata una gran folla per commemorare i “poveri annegati”. Mentre tutti erano raccolti in preghiera, all’improvviso le porte si spalancarono e i tre ragazzi fecero irruzione nella navata, gridando: “Guardateci, non siamo morti!” Dopo un attimo di sconcerto la chiesa esplose in un evviva; zia Polly corse ad abbracciare il suo Tom e Joe volò tra le braccia di sua madre. Perfino Huck venne coccolato e festeggiato. E tutti furono così contenti di vederli sani e salvi che perdonarono loro il tiro barbino e cantarono con tanto ardore i loro inni a Dio come non avevano mai fatto.
La vita del villaggio proseguì come sempre e Tom riallacciò l’amicizia con Becky.
Passò altro tempo e arrivò il giorno del processo per l’omicidio del dottor Robinson. Quella mattina tutto il villaggio si era recato in Tribunale per assistervi. Non c’era alcun dubbio sul verdetto che la giuria avrebbe pronunciato. Tutte le prove erano contro quel pover’uomo di Muff Potter e nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato sulla sua assoluzione. Era presente anche Joe l’Indiano, con una faccia più dura del bronzo.
Ma, colpo di scena, l’avvocato difensore chiamò a testimoniare Tom Sawyer.
In verità il ragazzo, assalito dai rimorsi di coscienza, aveva deciso di rompere il giuramento. Tom confessò così che la notte dell’omicidio si trovava al cimitero...
Il giudice disse, severo: “Adesso devi raccontarci tutto quello che hai visto!”
Tom raccontò dei tre uomini venuti per portarsi via il cadavere, raccontò del litigio fra i tre per via dei soldi e poi sentenziò: “Muff Potter non è colpevole, il colpevole è Joe l’Indiano; l’ho visto io mentre pugnalava il dottor Robinson!”
Tom non aveva ancora finito la sua confessione che l’Indiano balzò tra i banchi dell’aula e fuggì, dileguandosi.
Il terrore e lo sconcerto serpeggiarono nell’aula: nessuno capiva più niente. Una cosa però era certa: Muff Potter era innocente e venne liberato.
Tom diventò un eroe ma lui e Huck avevano paura della vendetta dell’Indiano. Dopo qualche tempo, dato che nessuno si faceva vivo, i loro timori si affievolirono.
Un giorno Tom e Huck decisero di mettersi alla ricerca di un tesoro: erano certi che scavando da qualche parte ne avrebbero sicuramente trovato uno. Dopo aver fatto buche in tutti i campi attorno al villaggio, i due ragazzi pensarono di recarsi alla casa dei fantasmi, una vecchia catapecchia disabitata che aveva la fama di essere infestata dagli spiriti. I nostri eroi, armati di vanga e piccone, entrarono nella casa ma subito dovettero nascondersi perché sentirono delle voci all’esterno.
Poco dopo nella casa entrarono due uomini, uno sconosciuto e un altro, arrivato da poco in paese, detto il Sordomuto. Ma, non appena questi si mise “miracolosamente” a parlare, i ragazzi lo riconobbero: era l’Indiano, con barba e baffi finti!
Tom e Huck si appiattirono sul pavimento del soffitto per non essere scoperti. Sentirono che i due borbottavano qualcosa, poi li videro estrarre una sacca piena di soldi e nasconderla dentro il camino. Ma, cosa ancor più sorprendente, i due malfattori dissotterrarono dal pavimento della casa una cassetta zeppa di monete d’oro: i ragazzi rischiarono di farsi scoprire per il grido di sorpresa che uscì dalle loro gole!
Poi, l’Indiano e il suo compare trasportarono il forziere fuori dalla casa per nasconderlo in un luogo sicuro. Tom e Huck dovevano scoprire il nascondiglio se volevano impadronirsi del tesoro. Per il momento, però, pedinare i malandrini sarebbe stato rischioso.
Due giorni dopo, i giovani del villaggio organizzarono una gita in barca sul fiume: c’erano anche Tom e Becky. Dopo aver fatto un gustoso pic-nic in un boschetto, la comitiva decise di visitare la grotta sulla collina. Era una vecchia grotta piena di cunicoli: i ragazzi entrarono tutti insieme muniti di fiaccole e candele. Poi si divisero in gruppi per esplorare meglio ogni anfratto. Le sale erano ornate di stalattiti scintillanti. Fu così che Tom e Becky si persero in quel labirinto. All’inizio erano con gli altri, poi, trascinati dal gusto dell’avventura, si inoltrarono nelle gallerie tortuose e rimasero isolati. Becky fu presa dalla paura e Tom cercò di rassicurarla: “Fidati di me” le disse. “Troverò un’uscita!”
Fece sedere Becky in un luogo sicuro e lui si incamminò da solo alla ricerca degli altri. Ma, mentre procedeva cauto, rischiarandosi il cammino con una candela, per poco si scontrò con Joe l’Indiano. Tom si fermò col fiato sospeso: che ci faceva l’assassino nella grotta? All’improvviso capì: era venuto a nascondere la cassa del tesoro. Ma ora il problema era uscire di lì...
Dopo ore e ore di sfiancante cammino al buio, quando ormai avevano perso ogni speranza, i due ragazzi intravidero una luce: erano salvi, un’apertura sbucava all’aperto.
Al villaggio si rallegrarono per il ritorno dei ragazzi che avevano dato per morti. Ma le avventure non erano ancora terminate per Tom Sawyer. Dopo due settimane, recandosi in visita dal giudice Tatcher per avere notizie di Potter, scoprì che questi, subito dopo il ritorno dei ragazzi, aveva fatto sbarrare l’ingresso della grotta. Per poco Tom non svenne. “Giudice...” balbettò. “In quella caverna si nascondeva Joe l’Indiano!”
Joe venne ritrovato morto accanto alla porta nel disperato tentativo di uscire. Ora il disgraziato non poteva più nuocere a nessuno. Il giorno dopo Tom tornò di nascosto alla grotta seguito da Huck Finn.
A colpo sicuro Tom portò l’amico sul luogo dove si era imbattuto nell’Indiano: lì avrebbero scavato, lì era di certo nascosto il tesoro. E infatti!
I due ragazzi tornarono in paese come due condottieri dopo la vittoria, trasportando trionfalmente la cassa piena d’oro. Erano ricchissimi ormai! Che cosa potevano desiderare di più?
Ma due veri eroi possono mai essere sazi di avventure? E noi vi assicuriamo che non sono finite qui.